Zeno è morto

(e altre divertenti storie)

29 maggio 1911

Era Marzo, mi pare. Ebbi una grande idea.

A: Robert Pattinson

Oh! Sei tu, Robert… Per­do­nami, ero sovrappensiero…

Sai, stavo pen­sando, oggi. A noi ovvia­mente… Me e te. Ci penso spesso ulti­ma­mente, mi sento così stu­pida. Vago molto con la mente, io non so dav­vero se que­sto ti possa far pia­cere, ho paura che cam­bierà ciò che abbiamo per sem­pre. Io, la ragaz­zina persa nei sogni, che nem­meno ti ha mai incon­trato, chissà che impres­sione ti avrò fatto ormai, in que­ste scioc­che righe… [segni di lacrime]

Ma tu. Tu, guar­dati, nel tuo loft in cima ad un grat­ta­cielo che sfiora l’ozono, immerso in uno dei tuoi per­so­naggi … Le nuvole che osservi dalla tua vetrata, per ispi­rarti, seguono il tuo volere per­ché invi­diose della tua imma­gi­na­zione scon­fi­nata. Ti imma­gino libero, libero per­ché è il vento stesso ad essere schiavo dell’emozione che si prova a sfio­rare quei tuoi capelli pos­senti, Dio, quanto ti desidero.

Mi stringo al tuo giub­botto di pelle — a pro­po­sito, ti ho fatto un giub­botto di pelle a maglia, lo so, “che sciocca” dirai, “oh, Robert…” rispon­derò — men­tre la sap­pida, con­fusa sagoma della città che ci lasciamo die­tro resta solo un vago, tri­ste ricordo, come i segni dei bic­chieri sul ban­cone del bar, che tor­ne­ranno sem­pre e sem­pre ancora, per rin­fre­scare come un mar­chio a fuoco quelle notti pas­sate a pen­sarti, a pian­gere. Ma ora ci sei tu, sulla tua vespa — dimen­ti­cavo, ti ho com­prato una vespa — ed io, che stro­fino la guan­cia sulle tue spalle, voglio lasciarti il mio odore addosso, segnare una con­qui­sta mia, solo mia, e ine­briarmi tra i tuoi capelli che sanno di vapore. Ho gli occhi chiusi, ma non è paura. È sicurezza.

Io, io sono una per­sona così mate­riale e per­versa, guar­dami, ho biso­gno di sen­tirti pre­mere con­tro di me, pre­mere, come o dove non m’importa… Con­fic­carti le unghie due cen­ti­me­tri sotto pelle e tra­sci­narle per tutta la schiena, così lim­pida e pulita, sento che devo spor­carla e con­ta­mi­narla trac­ciando le sbarre della pri­gione in cui ti terrò gelo­sa­mente, ciban­doti solo col pia­cere, che in rispo­sta risuc­chierò da te sino a svuo­tarti, sino a lasciarti men­tal­mente leopardato.

Sono nella tua mente, guar­dami, ho detto GUARDAMI, cazzo! Corro per le sca­li­nate nell’atrio della tua anima, nuda, e… oh, Robert, pensi che que­sta sta­tua mi fac­cia appa­rire grassa? Non men­tirmi, porca put­tana, ti leggo il pen­siero, lo leggo in quel ghi­gno del cazzo che tiri fuori pur essendo immerso fino al collo del san­gue mestruale che ti river­serò addosso ven­ti­cin­que giorni al mese. Ti sle­gherò, ma non prima che tu ne abbia ingo­iato abba­stanza da averne il cuore e i pol­moni colmi, strabordanti.

Sei stu­pendo tanto che sento il richiamo della tua mente, e devo arri­varci ad ogni costo, e mi dirai che magari ora dovrei smet­terla di sbat­terti sulla testata del letto, che sono stata brava e tutto il resto, ma che “ora basta”; ma io let­te­ral­mente muoio dalla voglia di guar­dare la tua mente, farmi strada con l’angolo del legno all’interno delle tue tem­pie, per aggrap­pare meglio la sof­fice gom­ma­piuma dei sogni che c’è die­tro i tuoi occhi.

Sta­sera è un’occasione spe­ciale, caro, ho invi­tato tutte le ami­che del thé, e… Cosa? Certo che ci sarai anche tu. Su, Robert, ma per­ché devi fare sem­pre il male­du­cato davanti alle mie ami­che! “O dovrei dire… Edward Cul­len!” — accenno una risata che deli­ca­ta­mente copro con la mano.

“Mie care, se non vi dispiace pas­se­rei diret­ta­mente al dolce” — dirò a mezza voce, por­gen­doti il des­sert con la lin­gua. E rimarrò a fis­sarti lì, appog­giato su quella seg­gio­lina rosa che per me è un trono, che ostenti la tua taz­zina di pla­stica, e quell’aria imper­scru­ta­bile di chi è un vero sogna­tore; senza più un bat­tito del cuore, né metà della testa, e con un cuc­chiaino infi­lato nel cervello.

Spero che leg­ge­rai,

Giuly.

In tutto que­sto c’era una morale, mi pare. Ma dopo quat­tor­dici mesi di tera­pia, a uno la memo­ria non è che gli fun­zioni più così bene.

L’uomo in similpelle

Può capi­tare che in certe situa­zioni uno si senta a disa­gio. Tipo quando ti toc­cano il culo, cosa che può far pia­cere, e tu magari ti con­torci un attimo ad indi­care che ci stai, ma in pra­tica stai solo age­vo­lando il lavoro del tipo che ti sta spil­lando il por­ta­fo­gli; però ci sono anche altri casi, come quando giri per strada con i capelli sle­gati e un vec­chio die­tro ti intima “o bèla gnocca”, alché tu ti giri per mostrar­gli che in effetti non sei esat­ta­mente una signo­rina, ma lui ti risponde “un gh’aveo vedù chi te seret brut mé un ratt”, e tu ci rimani male, però non tan­tis­simo per­ché comun­que lo sai che sei bella den­tro, ed è que­sta la cosa importante.

Nube

A: Ammi­ni­stra­zione di Milano Niguarda, 20162 Milano (MI)

Mi aggi­ravo, pro­prio l’altro giorno, per la Vostra ridente cit­ta­dina. Devo dire che è molto sim­pa­ti­ca­mente una merda. Certo, sicu­ra­mente non potrà per­met­tersi quelle pia­ce­voli attra­zioni finan­ziate dal governo come ce ne sono a Macia­chini, tipo i diver­tenti ometti che fanno quella gag del cuc­chiaino e il limone in cui poi si roto­lano a terra e cer­cano di grat­tarsi via la pelle urlando — molto buffa pur con­si­de­rando l’importante con­no­ta­zione cul­tu­rale che richiama appunto l’antica Roma ai tempi dei gla­dia­tori — ma capi­sco che il bud­get sia quello che è.

Comun­que, dicevo, stavo per entrare nella stu­penda rotonda di via Auso­nio Zubiani — che peral­tro potre­ste con­si­de­rare di con­ver­tire in una più moderna “qua­drata”, visto che gli abi­tanti di que­sta zona paiono gra­dire tan­tis­simo il cir­co­larci sopra in que­sta maniera — quando mi sono tro­vato d’innanzi una sei­cento mar­rone con le fiamme sui lati che appli­cava la sopra­ci­tata mano­vra a elle.

Ora — e arrivo al punto — come può uno avere una mac­china di merda, di un colore di merda che è appunto il colore della merda, gui­darla di merda, e in aggiunta deco­rarla di merda a sim­bo­leg­giare in sostanza la merda che prende fuoco?

Sim­pa­tici saluti,

Pia­ceide Zaino

28 giorni dopo

28 febbraio 1910

La mia doc­cia non ha ben chiaro il con­cetto di “acqua calda”.

Sin’ora ha sem­pre azzec­cato il liquido giu­sto, ma tende a con­fon­dersi sul limite di bol­li­tura della pelle umana. Così, a occhio, direi che stia ten­tando un ciclo di pre­la­vag­gio e lavag­gio per bian­chi e intimo, seguito da uno di (sem­pre così, ad occhio) raf­fred­da­mento di un noc­ciolo nucleare.

Giorno 1

Zeno è appena uscito dalla doccia.

— Credo che la doc­cia stia ten­tando di ucci­dermi.

— È nor­male che abbia sbalzi. Rilas­sati.

— Rilas­sarmi? Io ho fatto anni di ana­lisi per questo!

Giorno 5

Zeno è in doccia.

— (fsshhh)

— Calma, non sapevo fosse la tua ragazza! Giuro che non ne avevo ide—

— (fsshhh)

Giorno 8

Zeno è sdra­iato in vasca.

— Ma vede, dot­tore, nono­stante tutto i cuo­chi con­ti­nuano a volermi col­pire in fac­cia.

— (fsshhh)

— No, appena mi vedono, istintivamente. Anche quelli di altre nazioni. Giuro che ho pro­vato di tutto.

— (fsshhh)

— Ci pro­verò. Comun­que scusa, com’è che hai una lau­rea in psi­co­lo­gia?

— (fsshhh)

— Ahh, capisco.

Giorno 13

Zeno è in doccia.

— (fsshhh)

— Addio, pelle. È stato bello fin­ché è durato.

Giorno 19

Zeno è seduto in vasca, in smo­king, con una bot­ti­glia di vino in mano.

— E sai cosa mi ha rispo­sto? —beve— “quella non è mia moglie, idiota, è mia madre!”

— (fsshhh)

— Parole sante. —beve— Vieni qua. Dai, cazzo, fatti abbrac­ciare.

— (fsshhh)

Giorno 21

Zeno affetta carote al bordo della vasca.

— Hey, Zeno, hai visto che fine hanno fatto i dadi star—che dia­mine stai facendo?

— Non chiedere.

Giorno 24

Zeno è in piedi, a fianco alla doc­cia, assieme al notaio.

— Que­sta guerra ha cau­sato troppe vit­time. Ritengo oppor­tuno san­cire, con que­sto docu­mento, la fine delle osti­lità che da troppo tempo angu­stiano i popoli, e mar­to­riano gli animi. Prego, fir­mate qua, signor Zeno, Doc­cia…

— (fsshhh)

— No, la clau­sola C non è in discussi—

— (fsshhh)

— Ma la pro­roga del novan­ta­sei dice che—

— (fsshhh)

— Umh, in effetti. Signor Zeno, mi duole infor­marla che da que­sto momento il bagno, non­ché parte della sua camera da letto, appar­ten­gono inte­ra­mente alla qui pre­sente Box J. Doc­cia, con effetto imme­diato, che potrà disporne come pre­fe­ri­sce.

— Sta scher­zando, spero.

— No. Ah, dimen­ti­cavo, non le è per­messo riti­rare le ven­ti­mila pas­sando dal Via.

— (fsshhh)

— Fottiti.

Giorno 27

Zeno versa un mix letale di psi­co­far­maci nelle tuba­ture dell’acqua.

Giorno 28

Zeno assi­ste al fune­rale della signora del piano sotto. Alla ceri­mo­nia era pre­sente anche la doc­cia, che ha mosso gli animi con un com­mo­vente discorso.

Latte e biscotti

1 febbraio 1910

Siamo com­pra­tori stan­chi, che sfo­gliano volan­tini pub­bli­ci­tari come sfo­gliano il quotidiano.

E il quo­ti­diano lo sfo­gliano come sfo­gliano un alle­gato di Postal­mar­ket. Per chi non lo avesse mai letto: è una pub­bli­ca­zione che tratta di incre­di­bili solu­zioni a pro­blemi che non sapevi nem­meno di avere, e che improv­vi­sa­mente diven­tano il tuo primo pen­siero ogni giorno, risolti soli­ta­mente nella maniera più imba­raz­zante possibile.

L’allegato Postal­mar­ket, invece, è simile, ma parla di cose ben più utili, come il col­tello sno­da­bile o il retino per recu­pe­rare i biscotti dispersi nel latte. Ed erano cose geniali, sul serio, c’erano pure gli adat­ta­tori spe­ci­fici per i vari tipi di biscotto. Non ne ho mai com­prata nem­meno una. Ricordo che ride­vamo di que­ste pub­bli­cità, io e lei, men­tre pren­de­vamo il latte; ricordo che le rubavo il cuc­chiaino di nasco­sto, che poi era solo la scusa per liti­gar­celo come due bam­bini. Ero con­tento di averlo, que­sto pro­blema dei biscotti. Mi capita di riderne ancora, ma è più un riflesso con­di­zio­nato, abi­tu­dine. Non ho più un cuc­chiaino da liti­garmi, ora bestem­mio con­tro i biscotti andati a fondo. Ma com’è suc­cesso, esat­ta­mente? Vor­rei che fosse il cuc­chiaino a tirare su me.

Siamo com­pra­tori stan­chi, stan­chis­simi, la pub­bli­cità ci dice “eddai”, e noi rispon­diamo “ho mal di testa”. Voglio dire, credo che col tempo ognuno di noi l’abbia finita a rac­co­gliere fati­co­sa­mente quel volan­tino pub­bli­ci­ta­rio, sten­derlo davanti alla fac­cia aperto nella pagina dell’elettronica, e con l’altro occhio con­fron­tare le dimen­sioni della tua tv, mugu­gnando qual­cosa. E basta, cioè, senza nem­meno com­prarla. Accar­tocci l’idea e la getti da qual­che parte. Poi, quel raro giorno in cui non stai san­gui­nando, la com­pri per dav­vero, quella tv. Prendi la migliore. Una tal­mente bella che il com­messo si autoin­vita a casa tua.

E accetti, per­ché ti senti solo e hai voglia di qual­cuno che ti ascolti, ma andiamo, spe­rare che lo fac­cia l’addetto di un cen­tro com­mer­ciale? Lungo la strada fini­sci per farti una cul­tura tale sulla tipa del box infor­ma­zioni della 3 che è quasi come esser­tela sco­pata tu in prima per­sona. Ma sei tu a sen­tire il bru­ciore, e que­sto non ti torna tanto. Ormai stai gui­dando mec­ca­ni­ca­mente, nel buio pesto. Stai fis­sando sem­pre più inten­sa­mente i fari delle auto nell’altra carreggiata.

Arri­vato a casa, chiudi la porta a chiave. Spac­chetti il tuo acqui­sto e col­le­ghi tutto alla per­fe­zione. Senza mai emet­tere un fiato, ti getti sul divano, rac­co­gli il volan­tino che la cas­siera ti ha rifi­lato, quello nuovo nuovo che gli senti ancora il pro­fu­mino del forno, lo apri. Con l’altro occhio con­fronti la nuova tv. Accar­tocci il volan­tino. Impu­gni il vec­chio tele­co­mando, che è enorme, ci sputi sopra e fissi il com­messo negli occhi, per dieci lun­ghi secondi.

Poi prendi la chiave e la ingoi.

Metaforicamente

16 gennaio 1910

Pre­metto subito che non sof­fro di disturbi dell’alimentazione.

Non ho una fame costante, non man­gio per que­stioni emo­tive. Non venero il cibo. Non sento il biso­gno di domi­narlo, né di avere più ragione di lui. Ma dato che pre­fe­ri­sco star sve­glio la notte, aver fame è spesso un dramma.

C’è chi ha una casa tutta tutta sua — io no, io ho pia­ni­fi­cato che spo­serò una donna in car­riera, divor­zierò ed esi­gerò gli ali­menti, e quando il mio avvo­cato avrà smesso di ridere avrò già pen­sato a un piano migliore — e non mi rife­ri­sco a que­gli appar­ta­menti con­di­visi in quat­tro in cui ti fiu­tano l’eresia a distanza. Ok, lo ammetto. Amo la pasta scotta. Vengo discri­mi­nato, per que­sto. Mi piace tenere l’orologio da parete in free­zer, assieme al ser­pente di gomma; penso anche che lo sco­la­piatti sia il posto per­fetto per quella vhs che ho tro­vato. Non posso farci nulla, e non ho nes­suna inten­zione di cam­biare (anche solo per il tempo che ho impie­gato ad accettarlo).

Ma attual­mente, pena minacce con torce (infuo­cate) e for­coni (infuo­cati anche loro), le uni­che scelte pos­si­bili sono quei due o tre pla­cebo. Che ti sod­di­sfano, si, ma non sono asso­lu­ta­mente ciò che cer­cavi (fru­ga­tevi bene in testa, lo so che avete tutti un posto spe­ciale per que­sta frase).

I clas­si­ci­sti rie­su­mano pun­tual­mente l’antico tomo di ricette della nonna, che nella mag­gior parte delle copie si ferma al panino vuoto, ma in altre più rivo­lu­zio­na­rie ci aggiunge olio e sale. Ci sono anche quelli che si imbar­cano nella deli­cata fat­tura di una deli­ziosa bru­schetta con il pomo­doro e la ver­du­rina e un leg­ge­ris­simo fili­ciuino d’oooolio, che poi ammi­re­ranno incan­tati, sospi­rando roman­ti­ca­mente per ore e ore, prima di illu­mi­narsi di colpo e aggiun­gere una sin­gola fet­tina di oliva verde snoc­cio­lata e tor­nare ad sospi­rare così tanto che anche i loro suc­chi gastrici ormai si sono pen­titi di essere stati cattivi.

Ma a me il cibo ha sem­pre creato grandi pro­blemi. Il dio della sega men­tale si scom­pi­scia troppo a guar­dare come rea­gi­sco ai pro­blemi più cru­del­mente inu­tili, e infatti il dramma si è mate­ria­liz­zato, pun­tuale, que­sta volta sot­to­forma di un vasetto di car­bo­nara pronta che è “magi­ca­mente” com­parsa nel frigorifero.

L’ho igno­rata per set­ti­mane, nono­stante not­tate piene di aprire quello spor­tello svo­glia­ta­mente come se sfo­gliassi Donna Moderna. Poi ho ini­ziato a fis­sarla con gli occhi soc­chiusi. Sino a quando una notte sono tor­nato a casa, ho aperto il frigo ancora prima di levarmi l’impermeabile e mi sono libe­rato di tutto ciò che pensavo.

“Mi dai un fasti­dio incre­di­bile, e non capi­sco per­ché. Non sei niente di più di due uova e un pez­zet­tino di carne, este­ti­ca­mente somi­gliante ad una car­bo­nara, e il tuo unico pre­gio è quello di essere sem­pre lì, a por­tata di mano, in un vasetto che si apre facil­mente. Ancora non so cos’hai den­tro, ma sono sicuro che al novanta per­cento è nausea.”

Più tardi, la stessa notte, l’ho man­giata. Ci ho infi­lato diret­ta­mente il cuc­chiaino, senza nem­meno ricetta o altri pre­li­mi­nari. Come dimo­stra­zione di disprezzo, secondo me. Poi, lei torna in frigo. Penso che se una fab­brica potesse vomi­tare que­sta salsa sarebbe il risul­tato. Men­tre me ne vado ho una sola cosa che in testa: mi fac­cio schifo. Non rie­sco a pen­sare a nient’altro. Prendo sonno prima di riu­scire a darmi una risposta.

Il giorno dopo, apro il frigo. Lei è lì.

L’ho man­giata ancora.

E lo sba­glio più grande non è que­sto, no, ma quella fissa che m’è venuta di pro­vare a capire che cavolo di pro­blema avesse. Senza nem­meno ren­der­mene conto ho ini­ziato a sen­tire quel sapore ovun­que; un gusto che che non puoi lavarti dalla bocca, che si mischia ad ogni cosa e la con­torce, come se l’avesse cuci­nata Goya. Sono risuc­chiato nelle sab­bie e la para­noia è come dime­narsi: la sento sem­pre più fredda, ma è il mio corpo che è in ipo­ter­mia; provo a riscal­darla, ma diventa solo più acida; provo a lasciarla un po’ da sola, ma è sem­pre più livida. I sensi di colpa diven­tano crampi di fame, e allora ne man­gio ancora, e ancora, e più ne man­gio, più ce n’è. E sento sem­pre più colpa, e ho sem­pre più fame.

E’ un rap­porto malato, che ha lo stesso odore dell’ospedale in cui ne hanno rico­ve­rato il sapore. A ripen­sarci, mi fa ridere come io fossi ancora con­vinto di esserne fuori. Il vasetto di Dorian Gray mi ha cor­rotto, solo che sono io a svuo­tarmi al posto suo. Più mi ci immer­gevo, e più vacil­lava la mia capa­cità di per­ce­pire i sapori, buoni o disgu­stosi che siano, come essi sono real­mente. E se prima non capivo per­ché cavolo con­ti­nuassi a man­giarla, ora lo so, e il motivo è che ora­mai non faceva più alcuna dif­fe­renza. E non potevo accor­germi che quella roba acida e livida che man­giavo altro non era che il mio stesso fegato.

Ne rimane che a un certo punto ho vomi­tato, e mi sono reso conto che la nau­sea mi pia­ceva molto di più. La car­bo­nara sta ancora lì, assieme alla mia capa­cità di distin­guere i sapori, che forse mai riac­qui­sterò. E il fatto che io sia troppo pigro per farmi una car­bo­nara come si deve non è pro­prio nes­suna cazzo di scusante.

Meta­fo­ri­ca­mente parlando.